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Il secolo sembra passato. Ora tutto ha bisogno di una ridefinizione, anche le cose più nuove. Globalizzazione, localismo, tradizione, contemporaneità… vogliono dire quello che volevano dire prima? E qual è ora un’idea di teatro che ha senso? E che senso ha preservarlo, difenderlo come una tradizione che definisce la nostra identità? Tanto vale lasciarlo morire, intanto la realtà non ha già spazzato via ogni nostra identità? Non è forse vero che l’unico senso della vita sta ora nelle cose quotidiane essenziali e piccole – come il chiacchiericcio tra amici durante una cena – anche se abbiamo la sensazione che dietro di esse non ritroveremo noi stessi ma il vuoto? E’ allora tanto importante che il teatro debba essere pensiero, sentimento e piacere, insomma, Minerva e Venere? O basta che sia, per essere interessante, una barzelletta raccontata da personaggi di silicone non più tanto famosi in televisione ma “chissà come è bello vederli da vicino”?
Quest’anno lo Scenario Sensibile è uno scrigno di diamanti… Ma chi se ne frega, se dobbiamo stare attenti alla vita! Però mangiamo. E tanto vale che mangiamo naturale e buono, come i prodotti del Teatro delle Ariette, per esempio. E se l’anno scorso dicevamo che il teatro non deve puzzare, ora dobbiamo dire che il teatro è da mangiare, ed è bene che non puzzi lo stesso. Il problema del teatro oggi sembra essere la caduta del meraviglioso e l’inautenticità. (la mancanza di verità) Non se ne può più di chi “recita”, vogliamo la vita. La vita però in scena, non si riconquista con la bassa temperatura dell’imitazione della quotidianità. Perché in scena ci sia la vita, forse bisogna che lì la vita vi arrivi trasfigurata?
Il secolo è passato (e non è stato tanto breve). Che cosa ci ha portato? Nelle entrate: il rapidissimo progresso tecnologico, cioè ricchezza e libertà materiale per molti. Ma non per tutti. Nelle uscite: fine della vita come comunità, sparizione del meraviglioso, solitudine. Negli ultimi 30-40 anni del secolo, l’invasione della spettacolarità in tutte le ore del giorno, ha fatto diventare lo spettacolo un intrattenimento professionalizzato e ha fatto perdere anche al teatro la sua identità profonda: il luogo della rappresentazione simbolica della condizione dell’uomo.
Viviamo di intrattenimento, consumiamo tutti i giorni lo spettacolo del presente. Lo spettacolo che ci occhieggia tutti i giorni, è intrattenimento per l’intrattenimento, narrazione che è barzellette legate tra loro senza nessuna meta, spettacoli senza alcuna memoria, senza alcun senso del futuro, senza nessun riferimento segreto: intrattenimento legato tutto al presente.
Molto di ciò che oggi viene chiamato teatro è di questa pasta, dal teatro commerciale, al cabaret a molti spettacoli amatoriali. E’ stata la broda teatrale della fine millennio.
In questa specie di grande ondata verso l’intrattenimento presentistico anche il teatro deve diventare sempre più intrattenimento? Nel secolo scorso qualcuno ha reagito: geni stravaganti e orgogliosi che hanno combattuto contro il naturalismo, perché il teatro deve esprimere la verità, ma la verità non sta nelle apparenze esteriori della realtà. Niente scena illusionistica allora, ma una ricerca dell’allusivo e dell’essenziale. Via dalla scena tutti gli orpelli esteriori che si erano accumulati col naturalismo. Si faceva strada l’idea che il teatro non possa più rappresentare la realtà, la vita. Ma che sia la ricerca di un tempo e di uno spazio diversi dalla realtà, spaesati rispetto alla realtà…
Antonin Artaud, ad esempio, teorizza in maniera estrema il ritorno del teatro all’essenziale e all’influsso magico, a realizzare lo spirito attraverso la carne. Peter BrooK non vuole un teatro naturalista e illusionista, lo preferisce rozzo. Trova la sua via partendo da Artaud e da Shakespeare. Vuole che l’attore recitando provochi immagini e suggestioni mentali nello spettatore. Scopre l’aèdo, il narratore: colui che attraverso la recitazione evoca un tempo e uno spazio diverso dalle apparenze del quotidiano. E’ per questo che l’attore di Brook non parla come nella vita di tutti i giorni, ma “recita”, “canta”. Il teatro è qualcosa che accade nel non luogo tra l’attore e lo spettatore. L’attore non “rappresenta” la realtà, ma è un uomo speciale. All’inizio del Novecento anche Gordon Craig ha pensato queste stesse cose, ma cercando un teatro totale, in cui tutti gli elementi del linguaggio teatrale si facciano espressione d’arte e non di servizio per descrivere la realtà. Anche per lui è insulso che l’attore copi le apparenze della vita, anche per lui l’attore è diverso dall’ uomo nella quotidianità, infatti per lui l’attore deve tendere alla supermarionetta. (Cosa che hanno splendidamente fatto Petrolini, Totò, e, nella phoné, Carmelo Bene). E Grotowski realizza concretamente le idee di Artaud, cercando di esprimere lo spirito con la materialità del corpo. Fonda un teatro della assoluta povertà: solo il corpo nudo dell’attore. Rivoluziona lo spazio scenico rifiutando la visione frontale e distaccata, e mettendo lo spettatore “dentro la scena”, (ma non per farlo recitare). Grotowski è all’opposto della supermarionetta di Craig, perché crede alla santità del corpo, e crede addirittura che attraverso l’applicazione del suo metodo tutti possano esprimere la sacralità dell’anima attraverso il corpo. Crede anche lui che l’attore sia un uomo speciale, ma che tutti lo possano diventare… ma poi conclude il secolo col negare lo spettacolo, l’opera, lo sguardo dello spettatore, a favore del processo teatrale, del laboratorio teatrale solo per chi lo fa. E Kantor, che non ha mai negato lo spettatore e arriva ad esiti di grandissima forza espressiva, nella via della supermarionetta, intesa come attore e come spettacolo. E Bob Wilson, che non è per un teatro “povero” e le sue sono installazioni di arte figurativa con attori, nelle quali l’elemento estetico è fortissimo. Il suo spettacolo è tutto una specie di supermarionetta che agisce sulle categorie dello spazio e del tempo spiazzando completamente lo spazio e il tempo reali. ) Così Antonin Artaud, Peter BrooK, Gordon Craig Petrolini, Totò, Carmelo Bene, Grotowskij, Kantor, Bob Wilson, e tanti altri, grandi… alcuni dei quali sono arrivati a rifiutare lo spettacolo finito, l’opera… E tanti altri, grandi…
E ora?

Questo è il teatro da mangiare!

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